Ci sono nomi che si scelgono.
E poi ci sono nomi che, in qualche modo, sembrano aspettarti.

Il nostro è arrivato partendo da un numero. Nove.

Nove erano le persone che avevano condiviso un viaggio cominciato molto prima che esistesse NAŬ.
Nove presenze diverse, contando anche chi, dal service, era diventato nel tempo molto più di un compagno tecnico: parte di quella piccola famiglia nata quasi senza accorgersene. Il nove, quindi, c'era già. Non lo abbiamo cercato come simbolo.
Era semplicemente una realtà.

Abbiamo iniziato a immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse raccogliere ciò che eravamo stati e, insieme, aprirsi a ciò che ancora doveva venire. Un contenitore. Un mondo.

Abbiamo cercato il nove nelle lingue del mondo. E tra tante traduzioni ne abbiamo incontrata una: NAŬ.

Nove in Esperanto, lingua nata alla fine dell'Ottocento dal desiderio di L. L. Zamenhof di creare un linguaggio internazionale, comune che permettesse a persone appartenenti a lingue e culture differenti di comprendersi.

Una lingua nata per avvicinare. Un'idea che abbiamo riconosciuto come qualcosa che ci apparteneva già.

L'esistenza di linguaggi capaci di attraversare le differenze.

Come la parola, il linguaggio del corpo, la musica, l'immagine, i gesti, i silenzi. Linguaggi come l'ascolto, l'empatia, le emozioni.

È lì che abbiamo riconosciuto NAŬ/NOVE, l'ultimo dei numeri a una cifra. Un confine. Dopo di lui qualcosa finisce e qualcosa ricomincia. Per questo, nelle letture simboliche e in diverse tradizioni spirituali, il nove è stato associato al compimento di un ciclo, alla trasformazione, alla maturazione e al passaggio verso ciò che ancora deve prendere forma.

Forse è per questo che oggi ci sembra difficile immaginare che avremmo potuto chiamarci diversamente.

Perché NAŬ racconta ciò da cui siamo partiti, ma non stabilisce dove dobbiamo arrivare.

Tiene insieme nove persone e lascia spazio a tutte quelle che incontreremo.

Parla di un linguaggio comune senza chiedere a nessuno di rinunciare al proprio.

Racconta la fine di qualcosa e, nello stesso istante, la possibilità di cominciare ancora.

E al centro abbiamo scelto una spirale.

Una forma che ritorna, ma non ritorna mai esattamente nello stesso punto.

Si muove.
Si allarga.
Si trasforma.

Come le persone.
Come le idee.
Come gli incontri.

Come l'universo NAŬ.